sabato 17 marzo 2012

Gocce di Materia e Frammenti di Tempo.



       Per realizzare sogni e idee a volte
basta avere progetti e denaro.
Quando non c'è denaro, ma soltanto
idee e sogni, essi nascono e nell'istante
successivo possono morire.

Ma i veri sognatori non si arrendono
facilmente alla morte dei loro sogni:
con pazienza mettono insieme
gocce di materia strappate all'universo
e frammenti di tempo presi dall'eternità
e fanno germogliare sogni e idee.

Il resto dell'umanità chiama questi
sognatori, utopisti.
Ma è proprio dall'opera dei sognatori
di ieri che molti esseri umani oggi
traggono beneficio.
                                                                                                     F.C.                                                                                                                      

              PER  RIFIUTARE LA SOCIETÀ DEI CONSUMI,

                  IMPARARE A CONSUMARE RIFIUTI

Gli anni del boom economico hanno fatto sognare, non solo ai ricchi, ma anche ai poveri, un futuro che sarebbe somigliato ad una lunga festa. E in realtà la festa c'è stata, anche se non proprio per tutti. Ma, come può capitare nell'allegria collettiva, qualcuno dai festeggiamenti ne esce poco sobrio; è necessario, dopo l'eccitazione e il giubilo, un abbondante periodo di riposo fisico e mentale per rimettersi in sesto.Quando l'ubriacatura, però, colpisce un intero popolo, non basta solo un periodo di riposo: bisogna ripulire l'intero Paese dai rifiuti che la festa ha prodotto. Insomma, bisogna ricominciare a credere in un altro sogno: dopo l'esperienza negativa dell'usa e getta, puntare ad una società più equilibrata, magari più povera materialmente, ma con un indice più alto di soddisfazione. Cosa non facile da attuare, perché con la pancia piena e la mente offuscata dai festeggiamenti rimane difficile persino sognare.
Questo è quello che ci ha lasciato il boom economico: Un popolo “ubriaco” di un illusorio benessere, che fa fatica a ripulirsi dagli “escrementi della festa”. La gioia, l'allegria e le promesse del benessere per tutti ci hanno portato, dalla millenaria logica dell'usa e riusa finché è utilizzabile, a quella dell'usa, getta, ricompra.
Questo sistema ci ha abituati a consumare il necessario, l'utile, l'inutile, il superfluo e persino il dannoso; sistema giustificato dall'industria e dalla politica ma condiviso anche da noi tutti. È  necessario, dicevano e dicevamo, per mantenere posti di lavoro.
Questa logica non solo non ha mantenuto i posti di lavoro, ma ha trasformato l'uomo da beneficiario dei frutti del proprio lavoro, a strumento per accrescere i consumi. In altre parole, abbiamo costruito un sistema che, mettendo il solo profitto come supremo scopo, ha trasformato l'essere umano a servitore e macchina per produrre e consumare; inserendolo come un ingranaggio in un sistema che lo degrada, impietosamente, da fine a mezzo.
Questo decadimento non ha colpito solo chi produce, ma l'intera società, compreso coloro che, con il loro potere economico, il sistema lo hanno pensato, progettato e attuato.
A parte qualche inebriato di danaro, che non si accorge nemmeno in quale angolo della terra vive, tutti noi altri stiamo vivendo una specie di “sindrome dell'infelicità”, che sarà molto lunga da curare.
Una società che persevera su questa strada, farà la fine di un'automobile che, se pur di poco, aumentando in modo costante la velocità di marcia, non può che andarsi a schiantare: è solo questione di tempo; o come se un cuoco in mancanza di materie prime, per non rinunciare al guadagno, arriva a cucinare una parte del proprio corpo.
Per poter cambiare questo modo di vivere, è necessario operare dei cambiamenti sostanziali. Il primo passo è quello di essere consapevoli che non è possibile continuare a produrre per un consumismo insostenibile; poi, capire che è impossibile rovesciare in poco tempo un sistema così radicato. Quello che è possibile fare subito è convincerci di voler invertire questa tendenza. Per cominciare è necessario imparare e, dove è possibile, insegnare ad altri a consumare anche materie e oggetti ancora in buono stato, riutilizzabili o riconvertibili ad altro uso; in poche parole: prima di poter rifiutare la società dei consumi dobbiamo imparare a consumare rifiuti.

Penso che dovremmo convertire una parte delle nostre fatiche, non più per beni materiali ma per un “sorriso in più”; un sorriso che non duri giusto il tempo di scartare un nuovo costoso e inutile oggetto che finirà, insieme a tanti altri, in discarica; un sorriso che ci porteremo con noi e per noi per lungo tempo, con il fine di contagiare altri.





                                                               L'INIZIO
                                      


Un giorno, di ormai tanti anni fa, dovevo fare un intervento tecnico al Centro Elaborazioni Dati di una grossa azienda telefonica di Torino. Avevo parcheggiato la mia automobile nel cortile e mentre attendevo la persona che doveva accompagnarmi in loco, venni attratto da un grosso cumulo di ferraglie e apparecchiature in disuso che alcuni operai stavano caricando su un camion: barre di ferro di diverse forme e misure; termo-ventilatori ancora in buono stato e funzionanti; tubi in ferro zincato per condutture idrauliche dall'interno ancora lucido (segno che non avevano mai visto acqua); legno, usato per grossi imballaggi di apparecchiature; assi, pannelli multistrato di faggio e pino; spezzoni di catene, tondini di ferro e tanti altri oggetti che non sto ad elencare.
Ero convinto che fosse tutto materiale riutilizzabile e chiesi al responsabile dei servizi tecnici, che intanto mi aveva raggiunto per accompagnarmi nel luogo dell'intervento, in quale altra sede li stessero trasportando.
« Al cimitero delle morti precoci » mi rispose il direttore dei servizi, che conoscevo bene e con il quale ero in ottimi rapporti.
« Vuole dirmi... che... tutta quella materia in ottimo stato viene portata alla discarica? » ribattei incredulo.
«Si! Proprio così! Tutto questo materiale, pochissimo usurato, e di ottima qualità, va alla discarica e paghiamo per smaltirlo. Negli uffici, da dove proviene, verrà un altro servizio, e l'azienda ha deciso di rifare tutto nuovo, persino l'impianto antincendio. Ecco perché quei tubi zincati le sembrano nuovi: lo sono! L'impianto antincendio, per fortuna, non ha mai dovuto funzionare».
Intanto s'intromise uno dei due operai che stavano caricando il camion, dicendomi: « Se le interessa, glieli regalo... A condizione, però, che prende tutto... Anzi, se non abita lontano, ed è disposto a offrire una pizza a me e al mio collega, glieli portiamo fino a casa.»


Il ferro del mucchio
Sono consapevole che l'alchimia praticabile di trasformare “rifiuti” in “oro” è un danno per l'industria del consumismo. Ma sono anche convinto che continuando a buttare cose in buono stato generiamo due fenomeni: il primo è che avremo sempre più bisogno di materie prime, energia per lavorarla e danaro per comprare nuovi prodotti; la seconda è che accumuleremo montagne di rifiuti. Anche se fossimo in grado di riciclare tutto con la differenziata, dovremmo affrontare un costo alto per trasformali in modo industriale.

Se si ha una predisposizione alla manualità, anche minima, si possono creare oggetti utili e a basso costo.


Per creare oggetti d'arte non occorrono grandi investimenti: basta un banchetto da lavoro messo in un angolo di pochi metri quadrati: il garage è molto adatto. Servono pochi attrezzi, e sono economicamente accessibili a tutti. Ciò che è indispensabile è la volontà di farlo. È un ottimo rimedio contro la noia, da soddisfazione e spesso si ha l'apprezzamento delle persone che ne possono beneficiare.




 
I legni del mucchio
                                                  



                  L'ARTE del RIUTILIZZO


Con foto e descrizione, vorrei mostrare le cose realizzate con materiali destinati alla discarica; dimostrando come si possono riutilizzare ancora moltissime delle cose che generalmente si buttano.E, per chi ha molto tempo libero, come convertire la noia in attività creative.  


Molti  oggetti che si vedono nel blog sono complementi d'arredo; realizzati più per ispirazione artistica che per necessità di utilizzo. Tutti gli altri sono lavori di importante utilità, molti dei quali costruiti con materiale e apparecchiature recuperate in prevalenza presi dal mucchio; oppure comprati, a prezzo di rottame, in centri di riciclo materiali ferrosi.

Periodicamente, o quando ne ho bisogno, se nel mucchio non trovo ciò che mi serve, faccio un giro in centri di raccolta  come questo e, come un cercatore di funghi, individuo il pezzo che può servirmi. 

                                                         
Centro di recupero metalli



Fin da giovane, quando, grazie al lavoro, in tasca iniziava a girare qualche soldo; mentre alcuni dei miei amici sognavano di potersi comprare una bella automobile, io desideravo avere un pezzo di terra. Come macchia mi bastava una piccola utilitaria, anche usata.
Dice un pensiero di Stephen Leacock:
Credo moltissimo nella fortuna, e trovo
che più lavoro sodo, più la fortuna mi cerca.





Anch'io credo molto nella fortuna, e aver lavorato sodo mi ha permesso (dopo aver assicurato alla famiglia una vita decorosa, anche se modesta) di comprare quel pezzo di terra che sognavo fin da giovane. Solo che la fortuna si è presa molto cura di me: nel terreno c'era anche un casolare abbandonato da una quarantina d'anni. Un rudere in pessime condizioni, che a guardarlo faceva scappare anche il più benintenzionato acquirente. E, grazie al fatto che molti potenziali acquirenti sono fuggiti, l'ho potuto comprare io ad un prezzo accessibile alle mie finanze. Era in un terreno prevalentemente boscoso, situato in un pendio a mezza montagna ma che aveva quello che penso sia il pregio delle tre esse: strada, sorgente, sole. Strada per raggiungerlo con l'auto; acqua abbondante e autonoma; ben esposto al sole. Cosa che consiglio di osservare, a chi vuole comprare un terreno.



Buttarsi in una avventura del genere, a detta di amici e parenti, sembrava veramente da matti.
Ma, come dice Erasmo Da Rotterdam, acuto pensatore, “tutto ciò che l’uomo ha fatto nel corso dei secoli lo deve non alla ragione, alla saggezza, al calcolo, all’intelletto, ma solo alla follia, per tale intendendo l’istinto la passione, l’entusiasmo insomma ogni irrazionale impulso. Una esistenza governata dalla logica sarebbe insopportabile: non conoscerebbe nè poesia, nè eroismo, nè sogni e nemmeno amore”. E' evidente che molte cose per essere realizzate necessitano di sogni e amore.
Per l'ironia della sorte, andai a vedere quel terreno, proprio il giorno di San Valentino. Me ne innamorai e, impiegando tutti i risparmi, d'accordo con mia moglie, lo comprammo.

  Il rudere, prima della ristrutturazione.

Particolari, prima della ristrutturazione
                      













Altro particolare, prima della ristrutturazione.

 

Ho sempre pensato come hobby di realizzare un mio sogno: trasformare materia in spirito. Ma strada facendo mi sono accorto che per realizzare questa alchimia c'è anche bisogno di trasformare spirito in  sudore. Molto sudore!     


Dopo aver preparato i dovuti progetti e aver ottenuto i necessari permessi; con il conforto del pensiero di Erasmo, e quello economico del garage pieno di materiali riutilizzabili, avuti a costo zero, iniziai i lavori di ristrutturazione. 

Per mettere mano ad una casa in questo stato, c'era bisogno, oltre che di sogni e amore, una buona dose di coraggio e, diciamolo, anche un pizzico di follia. Quella follia che ci permette di poter realizzare alcuni sogni...
Per dieci anni abbiamo lavorato (quasi tutti i fine settimana), coinvolgendo anche i figli; inizialmente realizzando solo opere temporanee, per mettere in sicurezza e rendere agibile il rudere ai fini antinfortunistici.




Casetta sull'albero, per Chiara
Intanto, per coinvolgere meglio i nostri figli, su un albero costruimmo per la piccola Chiara questa casetta di due metri quadri. All'esterno, una piccola veranda e delle panchette per sedersi permetteva a Chiara e alle sue amiche (quando c'erano) di  pranzare lassù. Era per la piccola, un ottimo rifugio per giocare; a volte vi pranzavano, tirandosi il cibo con un cesto legato ad una funicella.
Io, mio figlio e mia moglie lavoravamo al rudere. 
L'antico nome della cascina.





Una freccia, invisibile nella foto, indica il nord.
Il ragazzo, dotato di una certa precisione e molta logica, con qualche protesta, mi aiutava nei lavori. Ma si applicava molto volentieri quando c'era da fare lavori creativi come questi e altri che appariranno più avanti.   

Ciò che non avevo valutato era il fatto che ristrutturare il rudere sarebbe costato più di quanto lo avevo pagato, compreso il terreno.

Soldi da poter destinare alla ristrutturazione non ne avevamo più; eravamo proprio all'osso. Ed ecco che, come dice il proverbio, il bisogno aguzza l'ingegno!
Per economizzare il più possibile pensai di sostituire buona parte degli arredi con delle mensole di legno, inserite direttamente nell'intonaco durante la fase di squadratura delle pareti. In questo modo avrei dato anche un aspetto più rustico all'arredo.
A questo scopo, usai delle assi da ponteggio da quattro metri (quelli che usano i muratori nei ponteggi), robuste e a buon mercato, comprate in un Fai da Te dove, compreso nel prezzo, eseguono anche i tagli di misura.
Le feci stroncare delle lunghezze prestabilite e le portai da un falegname per farle piallare.
Il falegname, al quale mi rivolsi, gentilmente, sospese il lavoro che stava realizzando e piallò le mie mensole. Gli diedi il compenso richiesto, lo salutai con un sonoro ARRIVEDERCI, e andai via.
Qualche settimana dopo ritornai da lui con altre tavole, dicendogli:
« Come vede, quell'arrivederci della volta scorsa era una promessa...»
« Deve aspettare una buona mezzora,» mi rispose vedendomi con una tavola in mano e molte altre nella macchina « devo prima finire questo lavoro...»
Nell'attesa mi feci un giro nei dintorni.
Quando tornai, quasi un'ora dopo, il falegname stava terminando di piallare le mie tavole. Soddisfatto, lo pagai, lo ringraziai calorosamente e andai via: avevo lavoro per alcuni fine settimana.
Quando, dopo qualche tempo, ritornai con altre tavole da piallare, il falegname mi disse che mi avrebbe potuto fare il lavoro, forse, la settimana successiva.
Li mi resi conto che un artigiano, per quanto altruista o ben pagato, se sta realizzando un lavoro importante, si infastidisce se arriva qualcuno tutte le settimane con la richiesta di una semplice piallatura.
Fino ad oggi, tra mensole, davanzali e inserti, escluso i mobili, che abbiamo realizzato successivamente, ho contato in tutta la casa una settantina di pezzi, e non è ancora finita!

Quando mi resi conto che quella via non era più percorribile, per continuare i lavori dovetti trovare un'altra soluzione.

Pensai che, tutto sommato, non era poi così difficile piallare del legno; occorreva solo l'attrezzatura adatta: era solo questione di far passare più volte il legno sulla pialla fino a fargli raggiungere la finitura desiderata. Così mi era sembrato che facesse il falegname. Ma per fare ciò, mi sarebbe servita, almeno, una di quelle macchine per la lavorazione del legno, comunemente chiamata "combinata".
Mi informai da alcuni fornitori di utensili e appresi che costava troppo per le mie disponibilità. Allora ripiegai su una, economica, pialla a spessore da hobbistica. Una macchina che riuscisse a piallare la larghezza di un'asse da ponte: 28 centimetri circa. Comprai anche una troncatrice e pochi altri utensili da legno, disponibili sul mercato a prezzi accessibilissimi.
Liberai un angolo del garage, ancora disponibile, e vi piazzai le attrezzature.
Il primo pezzo che costruii fu un banchetto da lavoro, realizzato con una cassa di legno da imballaggio, una pedana  e del truciolato; materiale rigorosamente di recupero.
Così iniziò la mia avventura di, autodidatta, apprendista falegname senza maestro.

Costruire dei mobili rustici è molto più facile, ma soprattutto è più economico.
Per accentuare rusticità e risparmio, pensai di costruirli unendo pietre, legno, cemento e ferro battuto. Pietre non lavorate, recuperate sul posto; legno, molto del quale recuperato da pedane d'imballaggio; cemento comprato e ferro dal mucchio del garage. Alcuni esempi:


... dopo la ristrutturazione.
Finestra, prima della ristrutturazione.




La pietra inserita nella parete ai piedi della sagoma del gatto, trovata durante la ristrutturazione, ha un'incisione e risale al periodo della rivoluzione francese, 1791.
Diffusore d'aria al primo piano,
 recuperata dal vano camino.




Mensole e armadio a muro.
Da un asse da ponte del costo di 12 euro ho ricavato cinque o sei mensole.
La porta di questo armadio a muro, invece, è stata realizzata con perline di pino, comprate. 
Costo del legno euro 8,  maniglia  euro 2,  
cerniere euro 1.60,     Tot.    11.60
    



Tutti gli arredi sono  prevalentemente ricavati da pedane da imballaggi speciali, recuperati dal mucchio. Solo i frontali dei cassetti (listoni, già piallati) e le maniglie sono , comperati al Fai da Te.  
 Inizialmente, non essendoci la possibilità di rimanere a dormire, la sera tornavamo a casa. Ma ultimate le prime due stanzette, sabato sera si rimaneva sul posto. A volte si andava su anche il venerdì sera. Dico su perché il rudere si trova a mezza montagna: circa novecento metri. 
I primi allestimenti, per la fretta di rendere qualche stanza vivibile, non li abbiamo curati molto: più avanti li abbiamo risistemati meglio. Con due stanze finite, rimanendo qualche sera, si lavorava tutta la giornata di sabato e domenica e tutto procedeva più velocemente.

Lavorazione dei bordi di alcune pietre, con un
martelletto ad aria compressa.
Il garage era diventato un  laboratorio di esperimenti artigianali. Iniziai con le pietre: me la cavavo bene.
Le prime finestre li feci costruire da un artigiano, ma il costo era insostenibile. Decisi di provarci, però i primi tentativi sono stati un vero fallimento. Con le mensole era molto facile, con i mobili e gli infissi la cosa si complicava. Il primo abbozzo di finestra la trasformai in calorie: fini nel fuoco. Ma non mi arresi.




Aspiratore per sega a nastro.

Con un po' di presunzione, e spinto dal bisogno, mi sono ispirato a questo sillogismo: Il falegname è un uomo che costruisce finestre; quindi un uomo può costruire finestre. Io sono un uomo, allora posso costruire finestre!


Iniziai a risolvere il problema della polvere prodotta dalla lavorazione. Con una vecchia aspirapolvere e una   cassetta di spumate come raccoglitore, costruii un aspiratore artigianale, che ancora funziona benissimo.


Una delle prime porte
Un caro amico d'infanzia, quando seppe che avevo iniziato la ristrutturazione del rudere, una sera mi chiamò per dirmi che in un paese della vallata, una vecchia segheria chiudeva, e svendeva in blocco delle perline di larice rosso.
Era uno stock di bellissimo larice stagionatissimo. Con un milione circa, di vecchie lire, ne comprai una quantità sufficiente per costruire tutte le porte, le finestre e molti accessori d'arredamento ancora da realizzare: praticamente tutto.

Antina di un sottoscala
Iniziai con lavori più semplici. Ma tutto sommato, assemblare delle perline, facendole diventare porte, non è stato così difficile: basta solo aver voglia di farlo.
Dove trovai difficoltà, inizialmente, è stato nel costruire la ferramenta. In vendita, è vero, si trovano bellissimi accessori per lavori rustici, ma i costi sono per gente facoltose; oppure avrei dovuto ripiegare su oggetti a basso costo, veramente scadenti.

Da bambino, alcune volte, al mio paese, per guadagnarmi un gelato andavo ad azionare il mantice a pedale della fucina del fabbro, e ricordavo come lavoravano il ferro dopo averlo arroventato. Giuro, però', di non averne mai toccato alcuno prima di questa avventura. 
Come con il legno, i primi tentativi furono sconfortanti. Ma come ho già detto: alcune volte, nella vita, bisogna essere un po' intraprendenti. Pensai nuovamente al sillogismo adottato per il legno: Il fabbro è un uomo che lavora il ferro; quindi un uomo può può lavorare il ferro. Io sono un uomo, allora posso lavorare il ferro.
Questa era la materia prima che avevo a
disposizione nel mucchio

Anche queste barre di ferro facevano parte di quel mucchio di "oro", stipato ( come già raccontato) nel garage.
Sono barre di diversa lunghezza, ma tutti uguali in larghezza e spessore.
Le cerniere, le maniglie, i chiavistelli, e tanti altri accessori, li ho ricavati da queste barre.




Cocche e frecce, sono l'emblema del rustico.  L'ho scelto perché i miei due figli sono stati campioni di tiro con l'arco nella società "Arcieri Iuvenilia".



  In questa avventura, hanno faticato anche loro: era il minimo che potevo fare. Ma anche perché quando ero bambino era l'epopea dei film western: ho sempre tifato per gli Indiani.




  SEGUE... Quando avrò tempo!

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